Ercolino sempre in piedi

Giorni fa é arrivato in ufficio un nuovo collega. Pancetta da commendatore, cuffietta calata sulla fronte 24 ore su 24, indipendentemente dal fatto che ci siano 24 gradi all’ombra o 24 gradi sotto zero, pare il fratello gemello di Ercolino sempre in piedi. Di mestiere fa il sindacalista. Non ha fatto in tempo a mettere piede in ufficio che già da subito ha partecipato a una riunione sindacale col direttore.

Su che cosa abbia potuto dire la sua non é dato di sapere visto che non sa nulla di nulla e di nessuno. Chissà cosa sarà riuscito a inventarsi, avrà parlato per sentito dire. Di una cosa però sono certa, i suoi interessi li sa portare avanti e anche bene. 

I sindacalisti sono abilissimi a pregare il Cristo loro facendo finta che sia anche quello degli altri. Nulla di più falso.

E noi cosa possiamo fare per liberarci di loro? Semplice. Crocifiggiamoli e, dopo, seppelliamoli con cura per scongiurare il rischio e il pericolo che possano risorgere per tornare a nuocerci ancora.

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Il cicisbeo

Direttamente dal 700’, con un balzo temporale di ben tre secoli di storia, è atterrato nel mio ufficio un novello cicisbeo.

Non ha la parrucca, né cipria sul viso, non appartiene a una famiglia nobile, non ha un eloquio forbito ma è pur sempre e comunque un corteggiatore galante ed educato.

Ha preso posto nella scrivania di fronte alla sua dama e la guarda con occhi adoranti dalla mattina alla sera. Non la lascia un minuto da sola, forse solo per andare in bagno ma, subito dopo, ritorna a esserle appiccicato addosso e non l’abbandona mai, neppure per un secondo. Non le dà tregua.

Stanno sempre insieme e per tutta la durata dell’orario di servizio.

Lei accetta di buon grado ed è felice di averlo come zerbino.

L’amata dama gli cammina davanti, il cicisbeo la segue a debita distanza con fare sussiegoso.

Le porta la borsa, le apre le porte, le offre il caffè, le siede vicino all’ora dei pettegolezzi, in genere al mattino presto o nel primissimo pomeriggio, quando si scambiano a voce bassa ogni genere di maldicenze e tramano a danno di un collega piuttosto che di un altro, a seconda di cosa frulla nelle loro teste.

Anche se si atteggiano a tali, non sono affatto persone perbene.

La nobildonna allora atteggia la boccuccia a cuoricino a mo’ di culo di gallina, sbatte le ciglia con civetteria, gli dona il suo amore, lo fa sentire importante.

Verso le sei del pomeriggio lui ritorna dalla sua mamma e lei dal marito.

Peccato, però, che non tutte le favole hanno un lieto fine e all’inizio del prossimo anno lei andrà in pensione e il cavalier servente non se ne fa una ragione e già ne avverte la mancanza. Credo che stia già pensando seriamente al suicidio.

Tra il novello cicisbeo e quello del 700’ esistono, ahimé, delle differenze sostanziali e ve le enumero, punto per punto:

– il cicisbeo del mio ufficio è tutt’altro che bello, è basso, magro, pallido ed emaciato, nulla a che vedere con i toy boy delle stars;

– non è curato nel vestiario, indossa la stessa camicia per più giorni di seguito;

– puzza;

– quei pochi denti che ancora ha in bocca sono marroni e non perché fumi ma perché non se li lava.

La dama, innamorata, non ci fa caso e lo difende con tutta se stessa dichiarando coram populo che lei non sente alcun odore o sapore a causa di una strana patologia da cui è affetta e che però nessuno conosce .

Sarà proprio vero? A me dispiace per lei che non ci sono più i cicisbei di una volta e si deve accontentare di quello che offre il convento, ops l’ufficio.

Il nuovo direttore

Alleluia alleluia, nuntio vobis gaudium magnum, dopo tre o qualttro, non ricordo bene, fumate nere, è arrivata la tanto sospirata fumata bianca: habemus papam.

Il nuovo direttore è approdato in ufficio. La voce girava da un po’, il segreto di Pulcinella sulla bocca di tutti, l’eco che risuona di stanza in stanza.

Ieri la presentazione ufficiale con tanto di passaggio di consegne. Il giro delle stanze per farsi conoscere e anche lui, ahimé Napoletano. Ma, lasciatemelo dire, quanti sono i Napoletani? Forse si concentrano tutti nel mio ufficio, una sorta di Napoli in miniatura per intenderci, e si passano lo scettro uno con l’altro, per discendenza diretta. E sono uno più brutto dell’altro. Basso anche lui, occhialuto, un occhio che manda a quel paese l’altro, insomma non è proprio un Adone.

I capi belli e affascinanti, quelli che quando li guardi si disegnano gli occhi a cuorino e il cuore batte a mille, proiezione dell’immaginario femminile, esistono purtroppo solo nei film. Oddio, lui ormai è qui e ci sarà per un bel pezzo, tanto vale farselo piacere.

Spero almeno che la sua azione improntata a equità e correttezza, che sia un uomo probo e perbene, che poi in definitiva è quello che conta per davvero.

Lo sarà? Staremo a vedere. Per ora non ci resta che gioire dell’uscita di scena del gatto e della volpe e questo, di sicuro, non è affatto poco.

Se ti nominano responsabile di un evento e non ti danno i soldi per organizzarlo

Armiamoci e partite” questo devono aver cospirato il direttore e il suo vice quando hanno pensato a me, alla mia stanza, 5 metri x 4, per ricevere le 120 persone che avevano invitato.

Dal piano della dirigenza è sceso il piccoletto napoletano, pancetta da commendatore e voce da castrato “ bene, bene … che numero di stanza è questa?”. La domanda ha un suo perché, non c’è da merivagliarsi, il numero è scritto su una targhetta posta al di sopra della porta della stanza e lui è davvero troppo basso per poterla leggere. La fin troppo zelante segretaria, alta che gli mangia in testa, gliela legge con fare riverente e lui se ne ritorna sgambettando al piano di sopra.

Educazione vuole che se si invita qualcuno si offre anche qualcosa ma questa regola pare sconosciuta a Napoli e quindi, quando chiedo loro una somma per il rinfresco, fanno orecchie da mercante e non mi danno nulla.

Troppo tardi però per tirarmi indietro, mi hanno fregata. Una collega mi aiuta nei preparativi, io porto da casa una tovaglia di stoffa, compro il minimo per un rinfresco, delle bibite, acqua, caffè, aranciata, coca cola, un vassoio di pizzette e uno di pasticcini, biscottini secchi e l’ufficio fa bella figura con i miei soldi.

Penso allora a una vendetta. Alla loro festa, al turn over dei direttori, preparerò io stessa con le mie manine dei dolcetti ripieni di ottimo guttalax e glieli offrirò con tutto il cuore.

L’immagine di loro due, coi pantaloni abbassati e seduti sul cesso, mi è di conforto.

Che ci stiano per due giorni e due notti quei due furboni!

Lo sciacquone

Ebbene, l’amico Fritz ne ha combinata un’ altra delle sue e io sono incavolata nera. Senza un segnale di preavviso, senza un cenno di avvertimento, senza nulla, in spregio a ogni dettame morale ed etico, senza alcun rispetto e considerazione per me, per i miei anni di lavoro e l’esperienza acquisita nel tempo, di punto in bianco mi ha affibbiato un lavoro nuovo, proprio da contabile, ma che di fatto non sono nelle condizioni di svolgere per mancanza di strumenti e di competenze.

Si tratta peraltro di nuove mansioni da cui scaturiscono pesanti responsabilità .

Sono davvero disperata. Non so cosa fare. Sono stata presa alla sprovvista, devo reagire, recuperare un barlume di lucidità non solo per cercare di attutire il colpo ma soprattutto per capire come fare per affrontare la situazione e a chi rivolgermi per far valere i miei diritti.

Per intanto sento crescere dentro di me una rabbia fortissima. Lo odio, lo odio, lo odio! Non lo sa che le persone contano, che sono importanti, che non sono stracci da usare e buttare via?

Sento impellente la necessità di vendicarmi, devo annientarlo, distruggerlo, cancellarlo dalla faccia della terra quel verme scorretto che più scorretto non si può.

Per far sbollire la rabbia mi dirigo diritta verso il bagno, mi avvicino al water e me lo immagino piccino piccino dentro, che agita le braccia implorando il mio perdono mentre cerca di salvarsi aggrappandosi invano alle pareti, rese scivolose dalla schiuma che esce dalle tavolette igienizzanti.

Lo guardo con disprezzo, l’ espressione del suo viso è mutata, il sorriso falso, impertinente, sarcastico non c’è più, è sparito, sa che per lui è finita, che non c’è più nulla da fare, che è solo una questione di attimi e ormai la sua fine è vicina.

Ora sono io a sorridere, a decidere, a disporre, ad avere il coltello dalla parte del manico, il potere è nelle mie mani e non più nelle sue. Con un gesto deciso faccio ruotare la manopola e l’acqua incomincia a scorrere e scorre sempre più forte e la lascio scorrere fino a quando non vedo che il reietto viene risucchiato dal vortice e scivola giù nello scarico e glu, glu, glu, finalmente non c’è più.

Bye bye maledetto! Adios!

La regola del buon senso

Per la regola del buon senso che vige sovrana all’interno degli uffici, se un dipendente è contabile viene adibito a mansioni da letterato, e invece, se ha frequentato il liceo e si è laureato in lettere, in giurisprudenza o in filosofia, viene assegnato a un reparto di contabilità a svolgere le stesse mansioni del ragionier Fantozzi. Ai primi, lavori che richiedono capacità di scrittura e conoscenze umanistiche da far invidia a Francesco de Sanctis; ai secondi, calcoli complicati nonostante non siano in grado di fare due + due, anzi, soprattutto per questo.

Se poi ci si chiede il perché gli uffici vanno a rotoli, è presto detto: questa ne è la ragione principale, anche se non la sola.

Credo che tale modo di agire sia frutto di una scelta voluta, di una strategia mirata a far andare male le cose, per un proprio tornaconto. A farne le spese è innanzitutto il dipendente che, col passare del tempo, accumula sempre più rabbia e frustrazione e poi coloro che si interfacciano con l’ufficio per le loro pratiche, costretti a subire le conseguenze della cattiva gestione.

D’altronde, se nessuno riesce a comprendere il significato del contenuto di lettere e disposizioni, nessuno sarà in grado di replicare per far valere le proprie ragioni.

Il burocratese infatti, questa lingua sconosciuta e incomprensibile, è stata inventata dal primo geniaccio degli uffici, il primo ragioniere della storia che, a suon di gomitate, spintoni, scorrettezze e sotterfugi, è riuscito finalmente a usurpare la poltrona di capo ufficio e, dopo averla ricoperta di colla, ci ha appoggiato sopra il suo deretano e da lì non si è mai schiodato. Pensate che, quando è morto, l’hanno dovuto seppellire così, inchiodato alla poltrona, come i frati cappuccini sepolti al cimitero di Palermo.

Purtroppo i successori di quel famoso ragioniere sono ancora vivi e vegeti e continuano imperterriti e indisturbati la sua opera ancora oggi tanto che alcuni di loro si sono dedicati con successo alla politica.

Ebbene, il più illustre discendente di tal stirpe dannata siede sul trono del mio ufficio, impegnato a produrre scartoffie su scartoffie, a creare carta su carta, a “correggere” le lettere dei suoi impiegati, a trasformare un barlume di italiano in ostrogoto puro.

Che differenza c’è tra il complemento oggetto e quello di termine? Echisenefrega! Si dice “inerente a o inerente il?” Boh!

Al mio capo, il professor Sabatini dell’Accademia della Crusca fa un baffo; lui va avanti imperterrito per la sua strada, tra errori di ortografia e di grammatica, dritto alla sua meta che è quella di guadagnarsi un lauto stipendio a spese delle persone per bene.

Io sono una tra quelle che di cotanto sapere ne subisce le conseguenze e cerco di salvare faccia e reputazione alla bell’ e meglio e a volte, se pure raramente, ci riesco.

Tuttavia sono sola e lasciata sola, visto che la maggior parte dei miei colleghi è impegnata a leccargli il famoso deretano e a coltivare il proprio orticello. In pochi si salvano.

Credetemi, c’è da mettersi le mani nei capelli se ancora, dopo tanto veleno, di capelli ve ne sono rimasti sulle testa, perché il reietto è circondato da tanti galuppini più reietti di lui, pronti comunque a voltargli le spalle quando sarà andato via e sostituito da uno più bastardo di lui.

Ora però devo lasciarvi, non posso racccontarvi tutto e subito in questo post, abbiate pazienza, vi spiegherò il resto, post dopo post, in corso d’opera.

Cento modi per uccidere il tuo capo e perché

No, davvero no, proprio non ce la posso fare ad andare avanti così, devo sfogarmi, buttare fuori tutta la mia rabbia, altrimenti sento che potrei impazzire, anzi impazzisco di certo.

Buttare giù il veleno, bere il calice amaro, subire gli abusi e le vessazioni di chi ha il coltello dalla parte del manico e lo sa, a lungo andare logora, fa male alla mente e al corpo ed è ora di ribellarsi, di dire “basta”.

“Chi la dura la vince” da oggi in poi sarà il mio motto, costi quello che costi e il direttore ha i giorni contati e, per citare un altro detto latino, visto che ci ho preso gusto “mors tua, vita mea” e di necessità farò virtù e allora dovrò escogitare cento modi e più per farlo fuori quell’infame maledetto.

Accetto suggerimenti da tutti perché non credo proprio di essere la sola a trovarmi in determinate situazioni e poi mal comune mezzo gaudio.

E allora forza, godiamo alla grande, diamoci dentro.